“Se a quarant’anni non ho ancora trovato la mia strada, significa che c’è qualcosa che non va in me.”

È una convinzione che incontro molto spesso nel mio lavoro. A volte viene espressa apertamente, altre volte si nasconde dietro frasi come:
“Sono troppo incostante.”
“Inizio tante cose e non ne porto a termine nessuna.”
“Tutti sembrano avere le idee chiare, io invece sono ancora qui a chiedermi cosa voglio fare della mia vita.”
“Ho paura di scegliere e poi pentirmene.”
In superficie sembrano dubbi legati al lavoro, alla carriera o alla realizzazione professionale, ma in realtà, molto spesso, il lavoro c’entra solo in parte. Perché la domanda che tormenta queste persone non è davvero “Che lavoro voglio fare?” La domanda, molto più profonda, è un’altra:
“Se non ho ancora trovato la mia strada, significa che c’è qualcosa di sbagliato in me?”
Ed è qui che inizia la sofferenza.
Quando la scelta smette di essere una scelta
Fin da piccoli cresciamo con l’idea che, prima o poi, arriverà il momento in cui dovremo decidere chi diventare. A scuola ci chiedono cosa vogliamo fare da grandi. All’università dobbiamo scegliere il percorso “giusto”. Nel mondo del lavoro ci viene chiesto di specializzarci, costruire una carriera coerente, dimostrare continuità. È una narrazione che, in fondo, suggerisce una sola cosa: esiste una strada giusta e il nostro compito è individuarla il prima possibile. Quando questo non accade, molte persone iniziano a pensare di essere in ritardo. Se gli altri sembrano avere le idee chiare e io continuo a interrogarmi sul mio futuro, allora il problema devo essere io. È una conclusione comprensibile ma non necessariamente corretta.
Davvero chi cambia strada è una persona inconcludente?
Molte persone convivono con una sensazione costante di inadeguatezza perché non riescono a identificarsi in un’unica direzione. Si appassionano a un argomento, lo studiano, lo approfondiscono, poi scoprono un altro interesse che le entusiasma altrettanto, e poi un altro ancora. Questo viene spesso interpretato come superficialità, dispersione o incapacità di impegnarsi davvero.
Ma è sempre così?
Non necessariamente. Esistono persone che possiedono una naturale curiosità verso ambiti molto diversi tra loro. Persone che hanno bisogno di esplorare, collegare, sperimentare. Che non si limitano a osservare il mondo da un’unica prospettiva ma sentono il bisogno di comprenderlo attraverso linguaggi differenti. Per loro il problema non è la mancanza di interessi, semmai è l’esatto contrario: ne hanno così tanti che scegliere una sola strada viene vissuto come una rinuncia.
Non perché manchi la determinazione ma perché ogni interesse rappresenta una parte autentica di sé. Quando si trovano davanti a un bivio, non hanno la sensazione di lasciare qualcosa di secondario, hanno la sensazione di dover mettere da parte una parte viva della propria identità. Ed è per questo che la scelta può diventare così dolorosa.

Attenzione, però: non è sempre questa la spiegazione
Sarebbe un errore trasformare questa riflessione in una regola valida per tutti. Non tutte le persone che faticano a scegliere sono persone “poliedriche”. La difficoltà nel prendere una decisione può avere radici molto diverse. Può nascere
- dal perfezionismo.
- dal bisogno di approvazione.
- dalla paura del fallimento.
- dal timore del giudizio.
- da esperienze in cui l’errore è stato vissuto come qualcosa di inaccettabile.
- da una scarsa fiducia nelle proprie capacità.
Per questo motivo diffido sempre delle spiegazioni universali. Quando una persona mi dice di non riuscire a scegliere, la domanda che mi interessa non è:
“Qual è la strada giusta?”
Ma piuttosto:
“Che cosa rappresenta, per te, il fatto di scegliere?”
Perché è proprio nel significato attribuito alla scelta che, molto spesso, si nasconde il vero nodo della questione.
Il problema non è trovare la strada giusta
Immagina due persone. Entrambe stanno pensando di cambiare lavoro, entrambe hanno dubbi, entrambe non sanno quale direzione prendere, eppure vivono quella situazione in modo completamente diverso.
La prima pensa:
“Farò una scelta. Se funzionerà bene, altrimenti avrò imparato qualcosa e cambierò ancora.”
La seconda, invece, pensa:
“Se scelgo la strada sbagliata sarà la dimostrazione che non sono stato capace di capire chi sono davvero.”
All’esterno il comportamento è identico, dentro, però, sta accadendo qualcosa di completamente diverso. La prima persona sta prendendo una decisione, la seconda sta mettendo alla prova il proprio valore. Ed è una differenza enorme. Perché quando una scelta diventa una misura del proprio valore personale, ogni possibilità inizia a fare paura. Non si tratta più di decidere quale professione intraprendere, si tratta di evitare la conferma di un timore molto più profondo: quello di non essere abbastanza.
La trappola della strada perfetta
Molte persone passano anni a cercare la professione ideale, il corso perfetto, l’occasione giusta, la scelta definitiva. Pensano che, una volta trovata, ogni dubbio scomparirà. Ma cosa succede se quella strada, dopo qualche anno, non le rappresenta più? Se emergono nuovi interessi, nuovi bisogni, nuove priorità. Per alcune persone è un normale processo di crescita. Per altre, invece, diventa una prova del proprio fallimento. È qui che nasce una convinzione tanto silenziosa quanto potente. Una convinzione che raramente viene formulata in modo esplicito ma che guida moltissime decisioni:
“Le persone capaci trovano subito la loro strada e la percorrono fino in fondo.”
Se questa è la regola con cui interpreti la realtà, allora ogni cambiamento assumerà inevitabilmente un significato negativo; ogni deviazione verrà letta come un errore; ogni ripensamento come una debolezza; ogni nuovo inizio come la dimostrazione di non essere stato abbastanza lucido, abbastanza deciso o abbastanza bravo da capire fin dall’inizio quale fosse la direzione giusta. Ed è proprio qui che, spesso, il problema smette di riguardare il lavoro. Perché non stai più cercando una professione, stai cercando una conferma sul tuo valore.

Una convinzione che cambia il modo di leggere tutta la propria storia
Se ci pensi bene, il problema non è tanto il fatto di aver cambiato strada. Il problema è il significato che attribuiamo a quel cambiamento. Per alcune persone, infatti, una scelta che col tempo si rivela non adatta rappresenta semplicemente un’esperienza. È un’informazione in più su sé stesse, un pezzo di strada che le ha aiutate a capire meglio chi sono. Per altre, invece, quello stesso cambiamento assume un significato completamente diverso. Diventa una sentenza, la conferma di aver sbagliato, di non essere state abbastanza lungimiranti, abbastanza intelligenti, abbastanza determinate. È come se ogni scelta fosse accompagnata da un giudice invisibile pronto a pronunciare il proprio verdetto.
“Hai visto? Ancora una volta non hai capito quale fosse la strada giusta.”
Ed è proprio questo giudice interiore a trasformare ogni decisione in qualcosa di estremamente rischioso. Perché non stai più decidendo semplicemente cosa fare della tua vita: stai cercando di dimostrare qualcosa a te stesso.
Un doppio standard di cui spesso non ci accorgiamo
C’è anche un aspetto curioso che emerge molto spesso. Quando osserviamo la storia di un’altra persona, siamo generalmente molto più indulgenti. Pensiamo a un amico che ha cambiato lavoro, a una donna che, dopo vent’anni nello stesso settore, decide di reinventarsi, a un uomo che scopre una nuova passione e decide di trasformarla nella propria professione. Raramente pensiamo:
“Che fallito. Non aveva capito nulla.”
Molto più spesso diciamo:
“Ha trovato qualcosa che lo rappresenta di più.”
“Ha avuto il coraggio di rimettersi in gioco.”
“È cresciuto.”
Eppure, quando quella stessa situazione riguarda noi, il metro di giudizio cambia improvvisamente. Lo stesso cambiamento che negli altri leggiamo come evoluzione, in noi diventa un errore. Lo stesso ripensamento che negli altri consideriamo segno di coraggio, in noi viene interpretato come debolezza. È un doppio standard estremamente diffuso e quasi sempre passa inosservato.
E se il problema fosse l’idea di dover essere sempre gli stessi?
Ma c’è ancora un’altra questione. Viviamo in una cultura che attribuisce un enorme valore alla coerenza. Essere coerenti viene spesso interpretato come sinonimo di affidabilità, solidità, forza. Tuttavia esiste una differenza importante tra essere coerenti con i propri valori ed essere immobili nelle proprie scelte. Le persone cambiano, cambiano le esperienze, cambiano le priorità, cambiano i bisogni. Quello che ci appassionava a vent’anni potrebbe non emozionarci più a quaranta. Quello che sembrava rappresentarci perfettamente dieci anni fa potrebbe non essere più sufficiente oggi. Non perché abbiamo sbagliato ma perché ci siamo evoluti. Pretendere che una persona rimanga identica a sé stessa per tutta la vita significa ignorare la natura stessa dell’essere umano. Evolvere implica trasformarsi e trasformarsi, inevitabilmente, significa anche rivedere alcune scelte.
Quando il problema è davvero avere tanti interessi
Esiste poi un’altra situazione che merita una riflessione. Ci sono persone che, effettivamente, possiedono interessi molteplici. Amano imparare, scoprire, mettere in relazione mondi diversi. Sono quelle persone che passano con entusiasmo dalla lettura di un libro di psicologia a uno di storia, da un corso creativo a uno scientifico, da una disciplina artistica a una tecnica manuale. Per anni vivono questa caratteristica come un difetto, pensano di essere dispersive, incostanti, inconcludenti. In realtà, molto spesso, il problema non è avere tante passioni: il problema è credere che, per essere persone serie, sia necessario sacrificarne una parte. È una convinzione profondamente radicata, come se maturare debba significare restringersi, come se diventare adulti implichi rinunciare a tutto ciò che non rientra nella casella scelta anni prima. Ma chi possiede una mente naturalmente curiosa non sempre ha bisogno di eliminare una parte di sé. Molto più spesso ha bisogno di imparare a mettere in dialogo le proprie passioni, di trovare un filo conduttore, di costruire una sintesi. Perché è proprio nei punti di incontro tra interessi apparentemente lontani che, talvolta, nascono le idee più originali. È lì che prende forma qualcosa di autenticamente personale.

Per molti anni anch’io ho pensato che ogni interesse dovesse trovare una collocazione precisa. Come se una passione avesse valore solo nel momento in cui diventava una competenza da perfezionare, un progetto da portare avanti o addirittura una professione. Col tempo ho scoperto che non era affatto così. Amo cantare, ma non sento il bisogno di diventare una cantante. Mi piace prendere un microfono durante un karaoke, divertirmi, emozionarmi e lasciare che quella parte di me abbia semplicemente uno spazio. Amo Tolkien e potrei passare ore a leggere i suoi libri, ad approfondirne il simbolismo o a discuterne con altri appassionati. Forse un giorno aprirò un blog dedicato. Oppure no. E va bene così. Amo sciare, ma non ho mai sentito il bisogno di trasformare una settimana bianca in una rincorsa ai tempi dello slalom gigante. Amo l’astronomia e faccio parte del direttivo di un osservatorio astronomico, ma questo non significa che debba diventare un’astrofisica o che ogni osservazione del cielo debba trasformarsi in un dovere. A un certo punto ho capito che non dovevo dimostrare nulla, né a me stessa né agli altri. Le passioni non chiedono sempre di essere trasformate in una carriera. A volte chiedono semplicemente di essere vissute.
Una storia non deve essere perfettamente lineare per avere valore
Forse la tua vita assomiglierà a quella di chi ha scelto una professione a vent’anni e non l’ha più cambiata. Oppure no. Forse scoprirai nuove passioni, cambierai direzione, ti fermerai, ripartirai. Ti renderai conto che alcune esperienze non erano la tua destinazione definitiva ma erano comunque necessarie per arrivare dove sei oggi. Nessuna di queste possibilità dice qualcosa sul tuo valore come persona. Dice soltanto qualcosa sul modo in cui la tua storia si è costruita. Ed è una differenza enorme. Perché una vita non acquista significato dal fatto di essere perfettamente lineare. Acquista significato dalla capacità di continuare a crescere, a conoscersi e ad avere il coraggio di rimettersi in discussione quando ciò che eravamo ieri non coincide più con ciò che sentiamo di essere oggi. E forse, allora, la domanda non è:
“Qual è la mia strada?”
Ma piuttosto:
“Perché ho bisogno che la mia storia sia perfettamente lineare per poter sentire di andare bene?”
Perché se ogni deviazione viene vissuta come una sconfitta personale, nessuna strada sarà mai abbastanza sicura.
Se invece impariamo a considerare il cambiamento come parte naturale della crescita, allora smetteremo di inseguire la professione perfetta e inizieremo, finalmente, a costruire una vita che ci assomigli davvero.
“Qual è la mia strada?” è una domanda comprensibile ma non è quella più utile, perché presuppone che esista una sola direzione giusta e che il nostro compito sia individuarla. Invece, la domanda potrebbe diventare un’altra.
Che cosa sto cercando di dimostrare attraverso questa scelta?
Sto cercando un lavoro che mi rappresenti davvero oppure sto cercando la certezza di non sbagliare? Sto cercando una professione oppure una conferma del mio valore? Perché sono due cose profondamente diverse. Ed è proprio qui che, spesso, avviene il cambiamento più importante. Quando smettiamo di utilizzare il lavoro come una misura del nostro valore personale, le scelte iniziano a perdere quel peso enorme che avevamo attribuito loro. Non necessariamente diventano subito più semplici ma certamente diventano più libere. E se facciamo pulito di tutti i “si dovrebbe”, “non si dovrebbe” allora finalmente la voce dell’autenticità può trovare lo spazio per parlare.